Questa storia contiene descrizioni esplicite di atti sessuali
La missione doveva essere semplice: catturare un esemplare di Rogr e trasportarlo alla nave madre perché venisse studiato. Stazionata da oltre un anno sul desolato pianeta Phides-19Y, la xenobiologa Ramona Luuhu aveva avuto modo di constatare che, in effetti, tanto semplice non era.
Le creature dovevano essere munite di qualche sorta di veleno (aveva avuto modo di osservare le creature pungere altri esseri che risultavano incapacitati in seguito) e sembrava che passassero solo un periodo limitato sulla superficie del pianeta: circa due mesi, due volte l’anno; il resto del tempo, aveva scoperto con droni, rover esploratori e trappole fotografiche, lo trascorrevano rintanati in cave in cui l’aria era ricca di composti tossici e eccessivamente corrosivi perché si potesse avventurarcisi dentro, anche con le tute ambientali. Aveva perso diversi droni in quell’ambiente. Per di più, anche quando era riuscita a catturare un esemplare durante il loro ridicolmente breve soggiorno in superficie, questi erano sempre morti nell’arco di tempo che ci era voluto a tornare alla NaveLab. Aveva tre Rogr deceduti conservati in criostasi, giacché anche dagli organismi morti poteva ricavare qualcosa, ma l’obbiettivo della missione richiedeva anche che riportasse un esemplare vivo. Quindi doveva trovare un modo di far sopravvivere le creature al trasporto. Più facile a dirsi che a farsi.
Decise di distrarsi dal problema dedicandosi alla necropsia di uno degli esemplari in criostasi: magari avrebbe ottenuto qualche informazione utile allo scopo. Preparò il tavolo, chiese a V-1CT0R, l’I.A. del laboratorio biologico, di avviare la registrazione, e si mise all’opera.
Se anche la morfologia dei Rogr ricordava quella dei Myza del suo pianeta d’origine, Biqal, i primi presentavano una rudimentale struttura scheletrica, il che gli permetteva di muoversi in un ambiente terrestre, quando i Myza erano organismi prettamente acquatico. Oltretutto, durante la necropsia aveva evidenziato la presenza di un organo che poteva essere alternativamente un organo riproduttivo ad inserimento o un ovipositore, ma non aveva trovato pseudogonadi o uova che potessero confermarne l’identità. Urgeva uno studio sul campo più approfondito, e fortunatamente mancavano approssimativamente due settimane alla stagione in cui i Rogr sarebbero tornati in superficie.
Compilò il form per gli approvvigionamenti allegando la registrazione della necropsia, e si mise a letto colma di soddisfazione e meraviglia.
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“Non è chiaro se i Rogr si riproducano sessualmente o asessualmente*, Né se dopo l’ipotetico accoppiamento (che presumibilmente avviene durante il periodo trascorso nelle cave)ci sia un ritardo nella fecondazione, o se lo sviluppo delle uova richieda un periodo di tempo prolungato. - necessitiamo di tecnologia più resistente alle sostanze corrosive per confermare l’ipotesi tramite osservazione in differita-
Il ciclo riproduttivo dei Rogr è di tipo quasi-parassitoide: una volta che le uova sono maturate, gli individui di un solo genere lasciano le cave per cercare un ospite in cui deporle. L’ospite di preferenza sembra essere un organismo dodecapode ovoviviparo che vive intorno alle cave. L’analisi necropsica di questi organismi (post parassitismo) e dei Rogr (pre parassitismo) ha rivelato una similarità nella struttura delle uova. Risulta evidente che le uova necessitano delle stesse condizioni di cova, e che i Rogr sfruttano i dodecapodi per risparmiarsi la fatica di incubare essi stessi le uova.
Il veleno secreto dal Rogr sembra fungere da anestetico, o comunque pone il dodecapode in uno stato di trance che permette al Rogr di inserire il proprio ovipositore all’interno della cloaca dei dodecapodi, e dunque deporvi le uova. Le Rogr decedono poco dopo la deposizione.
Una volta terminata l’incubazione delle uova (circa un mese) il dodecapode dà alla luce contemporaneamente la propria prole e quella dei Rogr, senza apparenti effetti collaterali. I neonati dodecapodi si attaccano al carapace della madre, i giovani Rogr fanno ritorno rapidamente alle cave.
In seguito a misurazioni varie sui dodecapodi, è stato stabilito che l’incubazione delle uova richiede una temperatura intorno ai 39°C, un’umidità del 73% e un pH di circa 4.0.
Considerata la straordinaria somiglianza delle condizioni di incubazione alla normale fisiologia dell’apparato genitale della popolazione Biqal, e l’impossibilità di replicare sulla NaveLab le condizioni fisiche in cui mantenere un individuo adulto in cattività, si vuole intentare di indurre un Rogr a deporre le uova all’interno di un’ospite Biqal, in maniera da consentire la maturazione delle uova durante il viaggio di ritorno alla nave madre, ove si richiede di costruire un habitat artificiale secondo le specifiche contenute in Appendice. Lì, si spera di poter allevare i Rogr e poterli studiare in maniera più semplice.
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Dopo due mesi di osservazione e raccolta campioni, e dopo quattro ulteriori mesi spesi ad analizzare, catalogare, registrare e approntare il tutto, finalmente era pronta a mettere in atto un piano.
Si era sentita ridicola per qualche istante, ma questa sarebbe potuta essere l’impresa scientifica che l’avrebbe collocata negli annali dei grandi Xenobiologi Biqal, insieme alla pioniera Vera Ziloq e il rinomato Dùn Veryt.
Ricoperta di una sostanza sintetica modellata in base alle secrezioni ormonali dei dodecapodi, già da qualche giorno passava le giornate nei pressi delle cave, distesa a terra in una tuta ambientale modificata perché lasciasse esposto il suo sesso.
Finalmente, delle Rogr emersero dalle cave: due individui. Ramona aveva considerato che, non visti da lei, potessero esserci dei dodecapodi nelle vicinanze, ma sperava che, essendo lei più grossa, almeno un Rogr avrebbe preferito deporre le sue uova dentro di lei. Le bastava che un solo tentativo andasse a buon fine.
Le Rogr si avviarono per strade separate, ma la più grande delle due si avvicinò rapidamente a lei. Ramona non lo avrebbe mai scritto in nessun rapporto, ma non aveva idea se l’eccitasse di più la prospettiva di essere annoverata tra i grandi xenobiologi, o la natura dell’esperimento in sè: anche senza toccarsi, sentiva che il suo sesso era bagnato e pronto.
E c’era anche il fattore di rischio: per non compromettere l’odore che aveva usato per sembrare un dodecapode, aveva deciso di non assumere alcun tipo di antidoto; avrebbe affrontato il processo come se fosse stata anche lei un dodecapode. Se fosse sopravvissuta, avrebbe anche potuto scriverci un articolo scientifico. E nel frattempo, la prospettiva di affrontare un’esperienza così aliena la faceva impazzire.
Il Rogr era adesso vicino a lei. Aveva osservato il processo abbastanza volte da sapere cosa aspettarsi: la Rogr l’avrebbe approcciata con i tentacoli, e poi le avrebbe inoculato il veleno con uno sperone cavo contenuto in uno di essi; infine, se tutto fosse proceduto in maniera normale, avrebbe proceduto a deporre le uova. Distolse lo sguardo dal Rogr, dal momento che di solito i dodecapodi venivano parassitati inconsapevolmente, e guardare la Rogr avrebbe potuto compromettere il rituale.
Sentì i tentacoli della creatura afferrarle le caviglie e strisciarle su per le gambe. Cercò di non farsi cogliere dalla tensione: odorava come un dodecapode, e i Rogr non avevano occhi... Doveva sperare che fosse abbastanza, altrimenti avrebbe dovuto ridisegnare l’esperimento da capo, e trascorrere ancora molto tempo sul pianeta. I tentacoli stavano percorrendo ogni centimetro, il polpaccio, le ginocchia, le cosce, lasciando una scia melmosa al loro passaggio; il cuore di Ramona batteva rapidamente.
Quando un tentacolo le sfiorò la vulva, ormai fradicia, ebbe bisogno di tutta la sua concentrazione per non lasciarsi scappare un gemito. I secondi che seguirono sembrarono durare un’eternità, ma all’improvviso
Zac!
Era durato un millesimo di secondo, ma aveva sentito lo sperone del Rogr penetrarle i muscoli della coscia. Ora il Rogr stava fermo (evidentemente in attesa che il veleno facesse effetto), ma non lasciava andare le gambe di Ramona, e uno dei tentacoli rimaneva premuto fermamente contro il suo sesso. Ramona pensò che dovesse essere munito di sensori per rilevare le condizioni per la cova. Fu l’ultimo pensiero tecnico che ebbe.
Sentì le gambe e gli altri muscoli intorpidirsi, come se si fossero addormentati. La testa le si annebbiò leggermente, e si sentì pervadere da una sensazione di calma: le sembrava quasi di galleggiare nelle sorgenti termali di Bar’al. Era completamente in balìa del Rogr, e sembrava che i suoi sensi si fossero attutiti per tutto il suo corpo salvo che per il suo apparato genitale.
Il Rogr doveva essere soddisfatta dell’effetto del veleno. Gli altri tentacoli della creatura la avvolsero e il Rogr le si strinse addosso, mentre dal mantello emergeva l’ovipositore. Ramona avvertì l’organo strofinarsi sulla vulva, cercando l’apertura.
Il brivido che provò Ramona sentendo l’organo entrarle dentro fu intenso; d’altronde non si accoppiava da diverse lune, e c’era un limite all’astinenza che chiunque potesse sopportare. Percepiva gli spostamenti dell’appendice che si faceva strada nel sistema di cunicoli del proprio apparato genitale, e la sensazione di quella cosa viva che si muoveva dentro di lei, tastando e cercando il luogo ideale dove depositare il suo fardello, la deliziava e la faceva fremere. Le scapparono diversi gemiti, ma la creatura sembrava abbastanza presa dallo svolgere il suo ruolo che alla fine Ramona smise di provare a controllarsi.
Quando l’ovipositore si fermò Ramona era quasi al limite. Poi il Rogr cominciò a deporre, e Ramona esplose in un orgasmo incontrollato. Aveva fatto delle repliche delle uova per testare i limiti del suo corpo e abituarsi allo spazio che avrebbero occupato, ma niente avrebbe potuto prepararla alle sensazioni che stava provando in quel momento. L’ovipositore, già ampio di suo, si dilatava e restringeva al passaggio di ogni uovo, e ogni movimento si rifletteva dentro al corpo di Ramona. Non provò nemmeno a tenere il conto di quante uova la creatura stava depositando dentro di lei. Avrebbe potuto fare una radiografia appena rientrata alla NaveLab.
Una volta deposto l’ultimo uovo, la creatura si ritrasse, e morì pochi istanti dopo non distante da lei. Ramona, il suo corpo ancora stravolto da piccoli spasmi dell’orgasmo, dovette attendere che il suo corpo terminasse di metabolizzare il veleno.
Poi si alzò, coperta di melma e del proprio sudore, e si avviò alla NaveLab. Aveva una missione da portare a termine.
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